Il castello di Clos-Lucè dove Leonardo da Vinci ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita e dove è morto. Quando ero direttore del museo delle macchine di Leonardo a Firenze ebbi dal proprietario del castello, François Saint-Bris, l'invito a raggiungerlo in questo luogo. Disattivò per me i molti sistemi di allarme a protezione della stanza da letto che fu di Leonardo consentendomi così di dormire in quella camera. Un regalo impagabile e un privilegio mai concesso a nessun altro. Di recente mi è tornato ben chiaro quel ricordo e l'ho inserito in un mio libro di prossima pubblicazione.

9 o 10 anni fa, vivevo a Firenze in quanto direttore dei musei delle macchine di Leonardo da Vinci a Firenze e a Sangimignano, musei fondati da me insieme ad altre due persone. Era naturale, per quel ruolo e per quel contesto, incontrare personalità di particolare rilievo. In quel caso specifico l’iniziativa fu mia. Telefonai dal museo di Firenze. Solo il tempo dello scambio di qualche frase di presentazione e François Saint Bris, rompendo gli indugi, mi invitò a prendere un aereo e a raggiungerlo. Pochi minuti dopo la telefonata ne seguì un’altra con la quale gli comunicavo che sarei arrivato in aereo due giorni dopo. Ricordo che Saint Bris apprezzò molto la mia concretezza come io avevo apprezzato il suo entusiasmo e la sobrietà del suo invito. Arrivai a Parigi in compagnia di uno dei miei soci. All’aeroporto prendemmo a noleggio una macchina con la quale raggiungemmo dopo circa tre ore Amboise. Ricordo perfettamente l’accoglienza. Appena gli fu comunicata la mia presenza, insieme a quella del mio socio, François Saint-Bris arrivò all’istante accompagnato da tre o quattro suoi collaboratori. Una persona squisitamente gentile, dotata di un gesto di una naturalezza veramente ammirevole. Questa fu la mia impressione del primo momento, un’impressione confermata in ogni istante di quegli indimenticabili due giorni. Dopo i sorrisi e le strette di mano ci incamminammo in direzione del parco. Sembrava che non avessimo uno scopo e una meta. Avevo l’impressione che passeggiare fosse tutto ciò che dovessimo fare. E questo non mi dispiaceva affatto; anzi, mi dava la strana sensazione di essere…, come posso dire, “nel posto giusto”. Una sensazione veramente molto particolare. Conversavamo tranquillamente con l’aiuto di una bravissima interprete che sapeva riferire fedelmente ogni sfumatura, ogni intonazione delle nostre frasi. Quasi per caso (in realtà una sorpresa organizzata con cura dall’ineffabile Francois) incontrammo nel parco durante il nostro tragitto, apparentemente senza una meta precisa, una lunga tavola imbandita. Ci vennero incontro a salutarci alcune piacevolissime persone, uomini e donne, vestite con abiti rinascimentali assolutamente perfetti. Un’organizzazione così impeccabile e sorprendente non era nelle mie aspettative né l’avevo immaginata. Sedemmo alla tavola. Fu come varcare una soglia temporale. Mi bastò essere appena sollecitato che cominciai a parlare di Leonardo, anzi come Leonardo, quasi fossi proprio lui, con i toni di una piacevole e abituale conversazione. Dicevo quello che aveva fatto in quel luogo, come si muoveva, quello che pensava. Di tanto in tanto correggevo qualche convinzione errata di François che sembrava sinceramente e piacevolmente stupirsi delle cose che aggiungevo alle sue conoscenze. Tutto questo mentre arrivavano in continuazione pietanze rigorosamente rinascimentali con certi sapori così diversi ma allo stesso tempo tanto familiari. Una magia, o meglio, una favola creata da una realtà che si sovrapponeva o ne intersecava un’altra. Dopo il pranzo riprendemmo la passeggiata nel parco. Ogni tanto si incontrava una piazzola circondata dal verde. Ciascuna era attrezzata con sedili che invogliavano ad una breve sosta. E subito l’incanto di una voce suadente, quella di Leonardo che da qualche parte veniva non necessariamente per insegnarti, neanche per essere memoria letteraria o autocelebrante ma semplicemente per trasportarti altrove, nel suo mondo ricco di suggestive e misteriose atmosfere, rendendo una vera “esperienza” il semplice riposo di un minuto. Dopo aver incontrato qui e là ponticelli e grandi macchine di Leonardo in un grande spazio avvolto da una incantevole atmosfera da sogno, inspessita dall’intenso fruscio e dalla visione di grandi stampe poste fra gli alberi, raggiungemmo un padiglione di cui non era ancora finito il restauro. François Saint Bris mi disse che quel luogo era destinato a progetti riguardanti Leonardo non ancora tutti individuati o del tutto definiti e che, pertanto, volentieri mi avrebbe riservato tutto il piano superiore se per caso ne avessi avuto uno già pronto, specialmente se riguardante Leonardo come architetto e anatomista. Tutto scorreva in modo semplice e lineare. Nonostante gli infiniti impegni e responsabilità legati alla conduzione di quel luogo così impegnativo da ogni punto di vista, François non mi lasciò mai neanche per un minuto, un comportamento che mantenne fino alla mia partenza. La visita continuò senza fretta. Somigliava sempre di più a qualcos’altro. L’incontro come occasione per costruire le premesse per possibili collaborazioni sembrava un’idea molto remota. Fin da subito, e man mano sempre di più, sembrava piuttosto una sorta di rivisitazione di luoghi per il risveglio di antiche memorie o di una antica coscienza particolarmente consapevole. Giungemmo al castello. Fu una buona occasione per portare, sia io che il mio socio, i bagagli nelle stanze che ci erano state assegnate e che si trovavano al primo piano, non lontano dalla leggendaria stanza da letto di Leonardo. Il primo giorno si concluse con una cena “sobriamente regale” allestita con un piccolo tavolo sistemato all’aperto, in uno spazio prossimo al castello, circondato da candelabri con molti bracci messi con autentica disinvoltura anche su un muretto e a terra. Sullo stesso muretto erano poggiati alcuni grandi vassoi d’argento che contenevano, con “casuale” abbondanza, ancora pietanze esclusivamente rinascimentali. Tutto ciò che mi era intorno rievocava i fasti di un’altra epoca che ora mi accorgevo mai veramente scomparsa. Quel buio luccicante sembrava la superficie fluida di uno specchio magico in cui si formavano chiare immagini di un altro mondo, e fra queste la mia stessa al centro dello sfarzo. Provvisorio protagonista della nobiltà regale erroneamente creduta estinta comprendevo perfettamente perché certi momenti della vita dovessero rimanere unici e irripetibili.
Il giorno dopo, François mi mostrò ogni angolo del castello, le sale delle grandi macchine di Leonardo, il bookshop, gli altri ristoranti presenti nel parco che non avevo ancora visto (ne erano quattro). Aperitivi, ancora un pranzo, ancora la cena. Una cena molto intensa, sia perché l’ultima sia perché ricca di tante osservazioni interessanti e profonde da parte di tutti, interprete e socio compresi. Forse, fu quello il momento saliente del nostro incontro. Una stupenda serata resa tale dalla sincerità delle nostre storie personali, immancabile nelle grandi occasioni dell’anima e nei grandi incontri. Non mancarono neanche le ironie intelligenti, i progetti, le promesse, le visioni. E proprio di una mia visione gli parlai a lungo. Gli dissi che tutto quello che stavamo vivendo, nei minimi dettagli, lo avevo già visto come qualcosa che mi sarebbe prima o poi realmente accaduto. Era la verità, né sarebbe potuto essere diversamente in quanto la verità è l’unica cosa che mi diverte sul serio. Aggiunsi che una parte della visione, però, era sicuramente sbagliata perché mai si sarebbe potuta realizzare. La parte sbagliata era che avrei dormito nel letto di Leonardo. Gli dissi che mi rendevo conto dell’assurdità della cosa e che mi dispiaceva, non certo per una cosa che non si sarebbe mai potuta realizzare, ma per il fatto che rendeva gravemente imperfetta la mia bella visione per gran parte cosi autenticamente profetica. La serata continuò piacevole fino al momento del congedo. Tutto perfetto. Salutai, e François rispose al saluto aggiungendo:”dove dormirai stanotte?” Ed io con ironia un po’ amara, ma soltanto un po’: ”Nella stanza di Leonardo, naturalmente”. – “Allora, do disposizioni per il trasferimento della tua roba in quella stanza”. Stava dicendo sul serio. Non ci potevo credere, stava veramente dicendo sul serio. Aggiunse, mostrando di tenere molto alla precisazione, che nessuno l’aveva ancora mai fatto. A nessuno gli era stato mai concesso. Neanche a lui. Il padre, infatti, gli aveva respinto lo stesso mio desiderio, ammonendolo per giunta severamente per la richiesta superficiale e irriverente. Non sapevo proprio cosa dire. Non mi veniva in mente niente che potessi fare per lui e che fosse all’altezza di ciò che mi stava offrendo. Ma poi qualcosa mi venne in mente. Avevo già annunciato alla stampa il mio tentativo di volo con una macchina di Leonardo fatta di legno e stoffa (mi è capitato in passato di diventare anche pilota e istruttore di volo ultraleggero e uomo No Limits della Sector, e da questa azienda essere largamente finanziato), un tentativo senza trucchi. Gliene parlai velocemente e gli dissi che gliel’avrei dedicato pubblicamente, un attimo prima dell’impresa. François ne fu felice e aggiunse che sarebbe stato presente al tentativo ovunque l’avessi effettuato. Tutto molto bello tranne il fatto che non ho saputo mantenere quell’impegno. Speravo, anzi, ero certo di trovare facilmente uno sponsor ma non fu così. Per un’impresa del genere ci vogliono soldi che non avevo. Inoltre, certe mie scelte di vita che in seguito effettuai mi tennero forzatamente lontano da quel genere di sfide molto fisiche che un tempo mi erano abituali. Devo delle scuse a François. Sono convinto però di essere ora nelle condizioni di potergli offrire qualcosa di equivalente a quel gesto, un gesto che non solo ho apprezzato ma ho anche molto amato.
Quella notte dormii nella stanza di Leonardo da Vinci. Questa è considerata un museo nel museo. E’ protetta da molti sistemi di allarme ( sette, per l’esattezza) che François, per quanto volenteroso, da solo non avrebbe mai saputo disattivare. Durante la cena, senza che me ne potessi accorgere, aveva dato disposizioni ad un suo dipendente per la loro disattivazione. Ma anche per il dipendente, solo un po’ più esperto di lui, la cosa non sarebbe stata né semplice né scontata. Ma tutto alla fine andò per il meglio. François Saint Bris ebbe il piacere di farmi un regalo che sapeva essere eccezionale e molto gradito ed io quello di vivere qualcosa che non saprei o che forse, in fondo, non ho nessuna vera intenzione di definire. Credevo che non mi sarei addormentato e, invece, dormii un unico sonno fino al mattino. Appena sveglio la mia prima e unica occupazione fu quella di passare e ripassare in rassegna infinite volte ogni oggetto presente nella stanza, fotografare mentalmente ogni loro misura, forma, materiale. E così anche per le finestre, le porte, il soffitto ecc. Ancora pochi minuti e avrei dovuto lasciare per sempre quella stanza che era stata anche mia per una notte. Avevo il terrore che tutto svanisse come svanisce qualsiasi cosa ordinaria. Questo non doveva assolutamente accadere. Mentre, immerso nella luce di penombra, ero applicato nel lavoro di registrazione mentale di tutto ciò che cadeva dentro il mio campo visivo, improvvisamente irruppe nella stanza una donna evidentemente addetta alle pulizie del museo con un potente aspirapolvere già in funzione. La cosa in sé sembra una banalità, di rilevanza quasi nulla, ma non é esattamente così. Quella donna stava avvicinandosi sempre di più al mio letto o, meglio, al letto di Leonardo, e non osavo immaginare che cosa sarebbe successo nel momento in cui mi avesse visto disteso lì dentro. Anche se avessi anticipato il momento del suo arrivo al letto, facendo notare in qualche modo la mia presenza, niente garantiva che non sarebbe stramazzata al suolo morta di paura. Ero molto indeciso sul da farsi. Nel frattempo cercavo di valutare la capacità di resistenza della donna ad un eventuale forte spavento considerando la sua età e il suo probabile grado di salute, mentre dai suoi movimenti con l’aspirapolvere cercavo di intuire il carattere, il temperamento, ecc.. Tutti dati che mi sarebbero tornati utili per la mia decisione. Era una donna di una certa età ma mi sembrò robusta, anche mentalmente. Così decisi di dire qualcosa. Ma cosa? Non avrei potuto certo dire: ”Ehi, salve!”. Ci voleva qualcos’altro, ma non solo. Perché una cosa era certa: qualunque cosa avessi deciso di dire dovevo dirla in fretta e in francese. Erano ormai veramente tanti gli anni da quando avevo detto l’ultima frase in francese ma alla fine riuscii a confezionarne una molto semplice, con la speranza che fosse anche molto efficace, a cui affidare le sorti di quella situazione. La ripetei molte volte mentalmente prima di pronunciarla. Quando mi sentii pronto chiusi gli occhi e la dissi d’un fiato:” Je suis un ami de François Saint Bris. Je m’appelle Michele”. Non so come ci riuscii a dirla in fretta senza sbagliare, ma ci riuscii. Una volta lanciata la frase non mi rimase che aspettare l’effetto. La donna si pietrificò. Furono attimi interminabili durante i quali temetti veramente il peggio. Ma ciò che accadde fu che la donna si voltò verso l’uscita senza dire una parola e se ne andò tirandosi dietro l’aspirapolvere come se cercasse in quel momento più che mai la sua compagnia. Tirai veramente un profondo sospiro di sollievo.
E una volta che il peggio era passato non vedevo l’ora di raccontare l’episodio a tutti, specialmente a François. Quel momento arrivò presto. o svanisse come svanisce qualsiaza che non poteva più essere ritardata. Ridemmo di quello che mi era accaduto ma trovammo il modo anche di commuoverci per altro. Forse non è esagerato dire che ci lasciammo anche con un po’ di affetto, almeno da parte mia fu così.